Cent'anni or sono, dopo una malattia, vera o presunta, che lo tacitò per gli ultimi undici anni della sua vita, moriva Friedrich Nietzsche, nobiluomo polacco da parte di padre e filosofo tedesco da parte di sorella.
Non è nostro desiderio ricordare oggi la figura di Nietzsche, lasciamo ad altri più esperto il difficile compito. Vogliamo invece ricordare, e ci pare l'occasione non sia inappropiata, Giorgio Colli, la cui esistenza è tanto intrecciata a quella del filosofo di Röcken.
Colli, nato a Torino nel 1917, scomparve il 6 gennaio 1979. Il giorno successivo di novant'anni prima Overbeck partiva, su segnalazione di Jackop Burckhardt, alla volta della città sabauda per recuperare l'amico ormai definitivamente consegnato al silenzio della follia. Ed al medesimo ingrato silenzio fu consegnata anche l'opera e l'intera esistenza di Colli. Tale silenzio è divenuto oggi imbarazzante, e non tanto per il contributo che il filosofo torinese diede alla scoperta di Nietzsche, affogato dalle interessate interpretazioni dell'Archivio elisabettiano, custode dell'ortodossia; ma specialmente per il contributo originale di Colli e per quell'opera straordinaria, profonda e lieve, oscura e luminosa al contempo, la Filosofia dell'espressione, Si potrà obiettare che proprio le difficoltà che la comprensione della visione colliana pone al lettore può essere la spiegazione di un insuccesso annunciato: i quaderni postumi, meritoriamente pubblicati da uno dei figli di Colli, Enrico, mostrano come l'autore non si attendesse certo uno sconvolgimento delle categorie della cultura filosofica allora, ed ancor oggi, dominante. È però necessario ricordare come, a trentun anni dalla pubblicazione dell'opera, si segnalino un paio di contributi ed un'unica tesi di laurea - a meno di nostri possibili errori - dedicati alla speculazione teoretica del nostro Autore. Da parte delle autorità filosofiche del paese, salvo qualche rara esigenza di polemica contro aspetti filologici dell'opera critica sui testi nietszchiani - magari al fine di poter ripubblicare quel pasticcio che circola con il nome di Volontà di potenza -, il silenzio ed il disinteresse sono l'unica nota costante.
Inattualità. Una formula biforcuta. Essa sta a denotare, infatti, sia l'atteggiamento di chi, con sovrano distacco, decida di distogliere lo sguardo dal proprio presente per cercare altrove una voce con cui discutere, sia una sorta di idiosincratica impossibilità a comunicare con i propri contemporanei o, se si preferisce, una mal celata incapacità di fornire risposte all'attualità. Giorgio Colli fu senz'altro inattuale nel primo senso dell'accezione, ma ciò non esaurisce la sua personalità e non rende giustizia al suo lavoro. Egli pubblicò moltissimo - ricordiamo il progetto, curato per Boringhieri, di un'Enciclopedia di Autori classici, - e poco importa se le parole ed i pensieri da lui pubblicati appartenessero ad altri: il suo lavoro filologico sui sapienti greci non era il trastullo antiquario di un disadattato. Vien da pensare che le sue affermazioni circa la natura falsificante dell'espressione scritta celassero un personale disagio a fissare su carta, in maniera indelebile, risultati forse solo provvisoriamente raggiunti: non stupisce quindi che il primo frammento dei quaderni postumi pubblicati, datato 6 maggio 1955, già contenga, tra le proposizioni fondamentali di un sistema di logica, la legge generale della deduzione - denominata ancora teorema di Colli - accompagnata dalla sua dimostrazione: il cuore della speculazione logica colliana.
La data di questo frammento è altresì significativa. La prima opera, pubblicata nel 1948 in soli 500 esemplari, intitolata Physis kryptesthai philei, e ripubblicata dal figlio nel 1988 con il titolo tradotto - La natura ama nascondersi - ed una serie di utili apparati, servì al nostro autore per ottenere la libera docenza e l'incarico presso l'Università di Pisa, nella quale insegnò tutta una vita. La passione per la filosofia presocratica apparteneva già agli anni giovanili del liceo, come testimoniano i ricordi della moglie. L'incontro con Solari, alla Facoltà di giurisprudenza dell'ateneo torinese, rafforzò e approfondì tale passione: la tesi di laurea sarà dedicata al pensiero politico dell'amato Platone: «in lui confluiscono e si unificano tutte le creazioni spirituali del V e VI secolo, filosofia, arte e religione» si legge in «Lo sviluppo del pensiero politico di Platone», articolo derivato dalla tesi di laurea e pubblicato nel 1939 nella Nuova rivista storica. Nella biblioteca dedicata al nome del maestro ancor oggi è consultabile un estratto, appartenuto a Gioele Solari, recante la dedica del giovane Colli al «paterno maestro con grande riconoscenza».
L'opera cui si accennava, scritta chiaramente per un pubblico specialistico, rimane però ancorata alla tradizione kantiana e schopenaueriana: l'elemento logico peculiare della speculazione preplatonica, determinate nella formazione del suo sistema, viene ancora trascurato, forse non padroneggiato. Lo studio dell'Organon aristotelico, che Colli tradurrà negli anni seguenti e pubblicherà per Einaudi nel 1955, rappresenta il punto di svolta: la natura ed il ruolo della dialettica in Grecia vengono ridefiniti e lo sprezzante giudizio di Nietzsche irrevocabilmente rifiutato. È degno di menzione il fatto che il risultato raggiunto non venga consegnato alle stampe per opposizione di Norbeto Bobbio, allora redattore all'Einaudi (cfr. Colli, Zenone di Elea, Milano, 1998, nota 11, pag. 154 ove il passo censurato viene riportato: la questione è stata risollevata da Banfi nell'appendice alla sua tesi di laurea Contatto e dialettica nel pensiero di G. Colli, Milano A.A. 1995-96).
Gli anni successivi furono dedicati alla monumentale traduzione della Critica della ragione pura, uscita nel 1957, e quindi all'edizione completa delle opere di Nietzsche. Questo fu un periodo intenso ed estremamente fecondo. Una luce su questi anni è gettata dai quaderni postumi, ma molto più preziose ci appaiono le lezioni universitarie su Zenone, Gorgia e Parmenide tenute a metà degli anni sessanta, la cui pubblicazione continua ad apparire prossima (solo il volume su Zenone è stato stampato). Le altro lezioni pubblicate ed in corso di ripubblicazione, su Empedocle e sul Parmenide platonico, risalgono infatti agli anni 1948-1950.
In queste lezioni ciò che successivamente verrà designato come logos autentico viene minuziosamente ricostruito attraverso sporadici «frammenti della vita che è stata di alcuni tra questi Greci antichi». E se la ricostruzione di interiorità obliate dal tempo, di cui questi frammenti sono lontana testimonianza ed eco, ha un valore filosofico in sé («in tal modo l'espressione umana diventa materiale diretto di filosofia, costituisce cioè una parte rilevante di quell'oggetto universale onde il filosofo deve trarre la sua visione del mondo»), essa rappresenta pur sempre un presupposto che deve sfociare in una visione totale, per quanto la totalità sia destinata a rimanere anelito e tensione.
La Filosofia dell'espressione è il tentativo di una visione totale e sinottica. Soggetto, oggetto, rappresentazione, conoscenza, necessità, negazione, qualità e modalità dei giudizi, questi alcuni dei temi trattati. L'impressione generale di chi si accosti a questo scritto è di sconcerto: ciò che Nietzsche vagheggiava con la formula grande filosofia, intendendo il riappropiarsi ad opera del filosofo di temi e problemi fagocitati dall'imperialismo della scienza - si pensi alla psicologia o all'economia nel campo delle cosiddette scienze umane - prende sembianza con parole pacate. Le asperità teoriche che già Nietzsche nella sua ultima fiammata speculativa dava prova di aver superato - soggetto e volontà - sono definitivamente demolite.
Il problema della volontà merita un breve approfondimento. Nell'Anticristo si leggono parole che paiono poco intonarsi con i progetti che Nietszche aveva coltivato dopo la Genealogia della morale e che solo i suoi esecutori testamentari restituiranno alla storia delle idee:«un tempo si dava all'uomo, come sua dote discendente da un ordinamento superiore, il 'libero volere': oggi gli abbiamo tolto anche la volontà, nel senso che sotto questo termine non si può più intendere una facoltà. La vecchia parola 'volontà' serve soltanto a contrassegnare una risultante, una sorta di reazione individuale che consegue necessariamente a una quantità di stimoli in parte contraddittori, in parte concordanti - la volontà non 'agisce' più, non 'muove' più...» Ciò pare contraddire la visione di uno sfondo metafisico concepito come molteplicità di volontà di potenza. Tale concezione implica, annota Colli, la necessità di un soggetto sostanziale portatore di tale volontà, con le conseguenze che ciò importa. È possibile che Nietzsche abbia deliberatamente abbandonato tale concezione per i problemi teoretici che essa comporta? Quel che qui importa è che Colli condusse sino in fondo il discorso, arrivando a rigettare il concetto stesso di soggetto, in quanto designazione di alcunché di affatto illusorio: se la rappresentazione viene concepita come una relazione tra soggetto ed oggetto, allor quando si voglia investigare il primo esso diviene a sua volta oggetto per un soggetto ulteriore, che ancora si nasconde alla nostra vista. In ultima analisi, conclude Colli, «di fronte alla sua fuga indefinita come di un'immagine in uno specchio», al soggetto deve essere riconosciuta la natura di elemento comune alle rappresentazioni, il loro nesso, che ne rende possibile un confronto.
Il soggetto, come sostanza portatrice di conoscenza ed azione, sparisce dall'orizzonte speculativo, e con esso il problema, da Schopenhauer giudicato insuperabile, del solipsismo. L'analisi della rappresentazione viene quindi condotta con riguardo al solo oggetto, e tutta la conoscenza, in quanto rappresentazione, viene ricondotta ad una relazione tra oggetti
Colli non si sottrae all'analisi dei fondamenti metafisici della propria teoria. Se la rappresentazione è una 'rievocazione' secondo una prospettiva, cui diamo provvisoriamente il nome di soggetto, considerata nella sua semplicità, o, per citare il nostro autore, 'secondo il complesso delle prospettive, come rappresentabilità', la sua natura - manifestare, accennare ad altro - viene meglio colta dal termine espressione. Tale termine sta ad indicare da un lato l'eterogeneità tra la rappresentazione ed il suo oggetto, per cui la prima, vista dal suo lato sostanziale, è colta come manifestazione di qualcos'altro che precede, che sta sotto, che viene, appunto, da questa espresso; dall'altro il riferimento a qualcosa che si nasconde alla rappresentazione, la parte propriamente non esprimibile. Il fondo extrarappresentativo è il termine metafisico di ogni teoria della conoscenza.
«La rappresentazione è un dato, l'espressione un'ipotesi, un'interpretazione che viene giustificata dal meccanismo primigenio della memoria»: se si volesse avere un'immagine bruta del concetto di espressione si potrebbe chiamare in causa l'impressione sensoriale, o, per dirla con le parole di un pensatore che a noi pare, per alcuni risultati, vicino al nostro - il von Hayek di Sensory Order - l'impulso conseguente ad uno stimolo, che la memoria testimonia, esprime, manifesta.
Tale accostamento tra Colli ed il pensatore austriaco premio Nobel per l'economia, può apparire stravagante ed inappropiato. La Filosofia dell'espressione si apre infatti con un'accusa alla filosofia moderna, l'aver «creduto che prendere d'assalto la cittadella della conoscenza risulti agevole, quando si sia capaci di entrare nell'intimo del soggetto, di sviscerarne il meccanismo da cui sgorgano le rappresentazioni del mondo esterno». L'ordine sensoriale rappresenta forse il tentativo più riuscito di «psicologizzazione della filosofia teoretica». Il problema che in esso l'autore cerca di risolvere è come, all'interno di una porzione dell'ordine fisico, a partire da relazioni tra oggetti di quest'ordine, possa costituirsi una 'mappa' dell'ordine fisico complessivo, mappa che ha caratteristiche diverse da una descrizione fisica - in termini cioè di relazioni tra oggetti - dell'ordine stesso, ciò che Von Hayek chiama l'ordine sensoriale o, altre volte, l'ordine qualitativo del mondo. Il dato primitivo sul quale l'autore austriaco fonda la propria teoria è l'impulso, o più propriamente lo stimolo prossimale, ovvero «l'ultimo evento fisico noto di quella catena che conduce alla generazione dell'impulso». Si vede qui operante quello che potremmo definire un pregiudizio realista, d'altro canto si deve tener a mente il pubblico al quale l'autore si rivolgeva. I risultati ai quali si perviene sono però tutt'altro che realisti: «ogni volta che noi studiamo differenze qualitative tra esperienze studiamo eventi mentali e non fisici, e gran parte di quanto crediamo di conoscere circa il mondo esterno, è, di fatto, conoscenza di noi stessi» (p. 30). Il presupposto dal quale Von Hayek infatti prende le mosse è che non viene dato riconoscimento ad «alcuna corrispondenza tra gli attributi dell'impulso individuale e gli attributi dello stimolo che lo ha causato o gli attributi della qualità sensoriale che esso evoca» (p. 94). In altri termini anche Von Hayek deve riconoscere che vi è un limite invalicabile, ciò che Colli designa con il termine contatto, che sfugge alla sfera rappresentativa. Scrive Colli: «nella bruta impressione sensoriale soggetto ed oggetto sembrano confondersi, ma già la sua localizzazione in un organo di senso avverte che le condizioni rappresentative sussistono ancora e il distacco permane. L'impressione sensoriale rimanda dunque a un fondamento ulteriore». Ma l'analogia tra i due autori potrebbe continuare a partire dalla prevalenza che entrambi postulano dell'astratto sul concreto, che dal primo prende forma attraverso ciò che Von Hayek chiama la classificazione (multipla) degli impulsi. E potremmo continuare.
Non vogliamo qui suggerire una lettura psicologizzante di Colli, una sorta di sua attualizzazione, al fine di renderlo appetibile al lettore colto e moderno. Anche ciò non coglierebbe la personalità del filosofo.
È però possibile tornare con occhio diverso sul problema della sua inattualità: l'accusa di incapacità di parlare al presente, accusa che la formula, abbiamo detto, pare suggerire, deve essere rovesciata: è forse il presente che qui dimostra di non avere orecchie per intendere.
Torniamo spesso a rileggere l'introduzione alla lettura de La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, ove Colli ricordava una polemica che dura da un secolo e mezzo: «se negli ultimi centocinquant'anni non c'è stato nessun filosofo che abbia esercitato un influsso così potente sulla cultura, e non soltanto sulla cultura, come Hegel, obiettivamente si dovrà ammettere che nello stesso periodo non c'è stato nessun filosofo di prima grandezza, che rappresenti così radicalmente come Schopenhauer l'antitesi di tutto ciò che Hegel ha detto e suscitato [...] L'ora di Schopenhauer deve ancora venire, purché qualcuno sappia imporlo, con un po' di fortuna e di aiuto».
Egli innalzò quel vessillo, tra l'indifferenza generale.